Perché?

Perché proprio a noi? Proprio a nostra figlia?

Ecco una domanda che non mi sono mai posta e che ho voluto ignorare quando chi mi stava attorno mi diceva: “Un caso ogni 40 mila?! Perché proprio a Lara?! Perché proprio a voi?!”

“Perché?” È una domanda che ci si pone per compatire o per avvicinarci a chi è in difficoltà o, dall’altro lato, per essere capiti, consolati e aiutati da chi ci sta vicino richiamando attenzione. Con fatica accetto il fine di questa domanda: condividere la rarità della malattia e condividere il dolore che provoca. Ma non riesco a non trovare questa domanda poco utile e fine a se stessa. 

 

A cosa serve ripeterla e perdere tempo nel tentare di dare un senso a quanto è accaduto, di dare una risposta al perché è accaduto?”

 

I problemi per essere superati vanno affrontati e alcuni problemi, per essere affrontati, devono essere vissuti.

Nella lingua inglese “affrontare” si traduce “to face” e rende molto bene l’idea, cioè quella di risolvere il problema in modo frontale e diretto. Guardare negli occhi il problema e mettere tutta la nostra energia per risolverlo.

Altri problemi, invece, non possono essere superati e quindi devono essere accettati, capiti, inclusi e vissuti ma con questo non intendo che debbano essere da noi subiti. Anzi.

La POIC, ad oggi, non può essere risolta (problema-to face-risolvo-appartiene al passato).

La POIC, ad oggi, può essere soltanto gestita (accetto quanto successo – cerco di capire al meglio la patologia e l’organo o gli organi coinvolti – faccio rientrare la gestione della POIC nell’equilibrio della vita familiare – e faccio di tutto per far vivere una pseudonormalità alla famiglia come nucleo rispettando le individualità di tutti i soggetti coinvolti).

Per fare ciò bisogna avere determinazione, energia ed essere molto concentrati e organizzati.

Inutile farsi prendere dal “perchè?” e rimanere fermi su pensieri che “bloccano”.

Piuttosto concentrarsi sul “come” e muoversi nella vita con la POIC.